Saturday, June 03, 2006

Capitolo 3: Forgiare l'arma

...Tetsuya si pulisce le labbra, dopo aver ultimato la propria porzione di spezzatino. La sala della mensa è completamente vuota, fatta eccezione per Go e Kaori, impegnati in una partita a dama su un tavolo vicino. Una partita dalla quale, Tetsuya ne è sicuro, Go uscirà sconfitto come sempre. Ripone le posate nel piatto, quindi si alza per dirigersi verso la cucina portando le stoviglie sporche con se.
“Yatta!!!” urla di gioia Kaori, d’un tratto.
“Ahhhhhhh! Tre in un colpo! Non è possibile!!!” strilla di seguito Go, spazientito e deluso.
“E siamo tre partite a zero.” è il commento soddisfatto di Kaori che stringe in pugno l’ultima pedina mangiata, in segno di trionfo.
“Bambina infernale! Adesso ne facciamo un’altra! Così vedrai l’immenso potere di Go Ichimonji!” proclama Go, preparando in fretta e furia la scacchiera per una nuova partita.
“Mi spiace Go.” replica lei con tono da sufficienza, alzandosi dal tavolo “Ma adesso ho da fare.”
“Ahhhhhh! Solo un’altra, dai!” piagnucola Go, agitando caoticamente le braccia.
“E hai da fare anche tu, se non sbaglio.” sentenzia Kaori, mentre si avvia verso l’uscita.
“Ahhhh! Bambina infernale e saputella!” conclude Go, inscenando un broncio più adatto ad un bimbo.
Tetsuya sorride.
“Come sempre”, pensa.
Varca l’entrata della cucina del bunker, simile per dimensioni ed attrezzature a quella di un qualsiasi ristorante rinomato. Immersa in pile di piatti da lavare, in piedi di fronte ad un lavello, vi è una donna, poco più grande di lui.
“Lo spezzatino era ottimo, Yuka.” ringrazia Tetsuya, porgendole il piatto sporco.
“Ottimo, si. Ma sempre nei limiti delle schifezze liofilizzate che ci sono qua sotto!” si lamenta Yuka. Poi si volta verso Tetsuya a fissarlo.
Un sorriso ironico le compare sul volto.


“Ma inizio ad abituarmi a quelle scatolette. Dammi un mese o due, e ti sfornerò un pasto regale!” annuncia ridendo ed agitando un lungo cucchiaio di legno.
“Ne sono sicuro.” commenta Tetsuya “D’altra parte, dobbiamo cavarcela con quel che abbiamo, sino a quando le serre non saranno pienamente operative.”
Yuka inarca le sopracciglia, con piglio perplesso.
“Pienamente operative. Cristo, ma parli sempre con questo fare militaresco?” replica.
Tetsuya arrossisce. Per tutta la propria vita ha abitato le mura e le stanze di una stazione da battaglia. Il proprio modo di fare, di vivere e di parlare, si è adattato alla disciplina militare della Fortezza. Nonostante un simile modo di relazionarsi al prossimo abbia più volte messo a disagio gli abitanti di Edo, l’ex pilota del Great Mazinger trova difficoltà a spogliarsene del tutto, troppo avvezzo ad analizzare e giudicare le circostanze in una persistente ottica di guerra.
“Andiamo.” esclama Yuka, intuendo l’imbarazzo di Tsurugi “Volevo solo prenderti in giro. E poi…” continua indicandolo con la punta del cucchiaio di legno “…gli abiti civili non ti stanno poi così male.”
“Dici?” domanda Tetsuya, contemplando le proprie vesti.
Sin dall’arrivo ad Edo, aveva continuato a vestire la propria uniforme rossa della Fortezza, logorandola nelle faticose giornate trascorse a riattivare la rete di sorveglianza. Al momento del repentino abbandono della Fortezza, non aveva infatti portato con se alcun altro indumento. Non che il suo guardaroba vantasse abiti differenti da tute da combattimento e d’allenamento. Con le settimane, però, si era lasciato convincere da Kaori e Yuka a prendere per se alcuni indumenti dal magazzino del Bunker. La scelta era ricaduta, anche per esigenze di taglia, su un paio di pantaloni color azzurro violaceo, accompagnati da una giacca di colore simile. Una sciarpetta leggera, tocco creativo della piccola Kaori, gli cingeva ora il collo.
“Non mi sento del tutto a mio agio però…” commenta, perplesso.
“Bè…” replica Yuka, sorridendo “… effettivamente fanno un po’ anni settanta. Ma non ti stanno male. Anzi. E poi, almeno non ti tocca indossare queste stupide marinarette scolastiche!” conclude ridendo, ed indicando con un cenno gli abiti che veste, tradizionale divisa delle liceali giapponesi.
Tetsuya ride di rimando.
“Mi son sempre chiesto perché alcune delle rifugiate vestissero abiti tanto…” commenta, interrompendosi pensieroso circa la scelta del termine più opportuno.
“Tanto?” lo incalza Yuka.
“Tanto scomodi. Ecco…”
“Scomodi, si.” concorda Yuka, con una punta di ironia nella voce “ Per non dire altro. Penso stimolino anche le fantasie sessuali dei più perversi qua dentro.>>
La voce della donna si marchia d’improvviso di un timbro cupo.

“Almeno, le stimolavano prima che tutto andasse in malora…” conclude, lo sguardo perso per un attimo nel vuoto.
Tetsuya resta perplesso, incapace di intuire a cosa la donna si riferisca.
“Ma la triste verità,” spiega Yuka, tornata al suo abituale tono gioviale “è che abbiamo scarsità di ricambi. Abbiamo dovuto arrangiarci con quello che abbiamo trovato qui, e il poco che alcuni rifugiati hanno portato con se.”
“E’ un po’ surreale…”
“Eccome! Sembriamo una manica di folli! E forse lo siamo, se la gente si porta dietro le divise scolastiche, durante un’apocalisse!” esclama lei, con un espressione misto di tragico e comico sul volto. “Però…” continua, sistemandosi meglio la camicia e la gonna con gesti veloci “ fa piacere sapere che la vecchia divisa mi dona ancora.”
Tetsuya la osserva pensieroso per qualche istante, mentre Yuka riprende a lavare piatti e posate. Doveva essere una bellissima ragazza, sino a qualche anno fa. Lunghi capelli neri le incorniciano un viso dai lineamenti delicati e quasi nobiliari. La divisa scolastica, per quanto ridicola nel contesto, mette in evidenza la prorompenza delle sue forme femminili. Il tutto animato da movenze eleganti e sensuali, persino durante un lavoro banale e noioso quale lavare piatti e pentoloni.
“Doveva essere una bellissima ragazza”, medita Tetsuya, attraversato da un’infatuazione momentanea.
Ma qualcosa l’ha segnata. Sottili ma marcate rughe scolpiscono ora il volto della donna. Cicatrici permanenti poste a segno di sofferenze passate. Ciocche di capelli bianchi, ne chiazzano la corta chioma, suture di dolori sconosciuti al ex-pilota del Great.
“Forse è stata la guerra”, pensa Tetsuya, “o forse, qualcos’altro”.
“Ti aiuterei volentieri. Ma il capomastro ha richiesto di vedermi.” si scusa infine, di ritorno dai propri pensieri.
Yuka si blocca per un attimo, per fissarlo con aria divertita.
“Buona come scusa. Buona, ma banale.” commenta maliziosa.
Tetsuya sorride, fissando la pila di stoviglie sporche.

“Non è una scusa.” si difende, non riuscendo però a trattenere una smorfia colpevole.
Il volto di Yuka si addolcisce, e per un attimo le rughe sembrano scomparire, come di fronte una ritrovata giovinezza.
“Lo so. Sei gentile. Ma oggi hai già fatto il tuo lavoro. Questo è il mio.” spiega “E credo di potermela cavare da sola.” conclude, tastandosi scherzosamente il bicipite di un braccio.
Tetsuya annuisce, poi si volta ed esce dalla cucina. Ma non prima che un ultimo commento divertito di Yuka lo raggiunga.
“E poi non preoccuparti, Tetsuya. Tra due giorni sto lavoraccio tocca a te, secondo la lavagna dei turni!”
“Doh!” esclama sommessamente Tetsuya. Un’espressione di divertito sgomento di cui non conosce l’origine, ma che Kaori gli ha trasmesso durante le due settimane della sua permanenza ad Edo.
Si lascia alle spalle la mensa, ed inizia a percorrere i lunghi corridoi del Bunker. Il capomastro, gli hanno indicato, dovrebbe trovarsi nel suo studio al terzo piano sotterraneo. Mentre cammina tra detriti di calcinaccio e devastate apparecchiature elettroniche, Tsurugi medita sul tempo che impiegherebbe a metter a nuovo la struttura interna del Bunker. La metà delle apparecchiature danneggiate non sarebbero probabilmente di alcuna utilità per i rifugiati. D’altronde, interfono e videocamere potrebbero risultare utili in futuro. Ci vorrebbero probabilmente dei mesi. Ma sarebbero mesi spesi bene, riflette.
Poi, poco prima del corridoio che lo condurrà allo studio di Tonda, l’ex-pilota del Great si blocca, sorpreso dai suoi stessi pensieri.
Quando era giunto ad Edo, due settimane prima, non pensava di fermarsi. Aveva deciso di soffermarsi sul posto solo il tempo opportuno per rifocillarsi. Ma l’attivazione della rete di sorveglianza l’aveva convinto a restare per le settimane necessarie a fornire un valido aiuto alla comunità. Settimane durante le quali Tsurugi non aveva unicamente lavorato e perseguito il proprio dovere, come da una vita faceva alla Fortezza. Inspiegabilmente però, e quasi senza rendersene conto, aveva stretto relazioni e legami. Di fiducia ed affetto. Un’esperienza quasi del tutto nuova per lui. Era divenuto membro della comunità.
“A tal punto”, pensa Tetsuya, “da meditare su una mia permanenza a tempo indefinito, qui”.
Il pensiero lo sorprende, ma non lo disturba.
Anzi, lo conforta.
Scuotendo la testa, Tsurugi entra nello studio del capomastro.
Lo studio è in realtà l’originaria sala tattica del Bunker. L’unica stanza all’interno della quale computer ed altri congegni elettronici sono ancora attivi, merito di un generatore di riserva uscito incolume dall’assalto di Mikeros. Tonda, unico a possedere capacità informatiche di rilievo tra la comunità, l’aveva reso la sua abitazione sin dall’arrivo al bunker.
Tetsuya strabuzza gli occhi. Lo studio è immerso nel buio. L’unica luce proviene da uno schermo acceso, posto su un tavolo in fondo alla sala. Di fronte allo schermo, un pensieroso Tonda non si accorge della presenza del ragazzo.
Con calma, Tetsuya si reca verso il tavolo.
“Capomastro, voleva vedermi?”
Tonda ha un sussulto, mentre viene trascinato alla realtà dalla voce dell’ex pilota del Great.
“Oh, Tsurugi.” si schiarisce la voce con un secco colpo di tosse “Hai fatto un buon lavoro con la rete oggi.” si complimenta, col suo accento marcatamente straniero.
“Il funzionamento della rete è mia responsabilità.” replica Tsurugi, denigrando qualsiasi merito.
“E tu, Tsurugi, tieni sempre fede alle tue responsabilità. Giusto?” domanda Tonda, osservando con i suoi grandi occhi un po’ buffi l’ex-pilota del Great.
Tetsuya non riesce a replicare. Qualcosa in quella strana domanda, qualcosa che non afferra del tutto, lo ha infastidito.
“Di cosa…” domanda scrollandosi di dosso la sensazione “… di cosa voleva parlarmi Capomastro?”
Tonda respira profondamente stiracchiandosi sulla poltrona.
“Ohhhh, di qualcosa che temo dovrà aspettare. Ci sono problemi al sistema idrico della seconda serra, che richiedono la mia presenza oggi.” esclama. Poi si porta una mano sul mento, lisciandosi i baffetti grigi.
“A volte penso che Edo mi prenda in giro di proposito. Ho riparato quell’impianto solo una settimana fa.” commenta “Ma così vanno le cose.” conclude, rivolgendo un grande ed affabile sorriso a Tsurugi.
“Se serve aiuto…”
“No, no, no.” lo interrompe Tonda, con un gesto della mano “Tu per oggi hai già dato. Go mi ha raccontato tutto. Vatti a riposare, piuttosto. La rete dipende da te. E noi dipendiamo dalla rete.”
Tetsuya annuisce, mentre Tonda si alza in piedi. Con la coda dell’occhio, l’ex-pilota lancia un’occhiata allo schermo acceso. E trasale.
Lo schermo a cristalli liquidi rivela infatti le specifiche tecniche e strutturali di una strana sorta di aereo. Uno snello missile grigio, con due affilate ali è sezionato in diversi grafici. La parola che più va vicino alla sensazione familiare che i progetti suscitano in Tetsuya, è “Scrander”. Sulla finestra aperta del file, Tsurugi carpisce solo una nome.
G Booster.


“Cosa…cosa è quello?” domanda infine.
“Cosa? Ohhhh, quello.”
Tonda sorride.
“Solo un vecchio progetto al quale stavo lavorando, prima di…” i suoi occhi s’incupiscono per un momento “… prima che tutto andasse in malora.”
“E’ enorme.” commenta Tetsuya, osservando le tabelle delle proporzioni. Il razzo alato sembra in effetti troppo grande rispetto alle dimensioni standard di aerei militari e missili.
Tonda ride sommessamente.
“Ti sembra enorme adesso? Dovevi vedere quant’era grosso nella prima stesura del progetto. Ma poi, quelli che me l’hanno commissionato, mi hanno chiesto di ridimensionarlo. Non ho ancora capito perché.” spiega, massaggiandosi il mento pensieroso.
“Quelli che l’hanno commissionato?” chiede Tetsuya curioso. Una strana sensazione, come di una verità celata appena dietro l’angolo, si fa strada in lui.
“Oh. Un conglomerato di aziende private sconosciute.” dichiara Tonda “Probabilmente una copertura per una qualche industria militare. Non ho mai saputo chi fossero realmente. Ma pagavano bene. Avevo già lavorato con loro in passato. Sempre su strani progetti…”
Tetsuya lo fissa, ansioso di ottenere nuove informazioni.
“Per esempio, il progetto di un razzo rotante altamente perforante e non esplosivo.” continua Tonda.
“Non esplosivo? Che senso ha un missile che non esplode?” domanda Tetsuya, grattandosi la nuca perplesso.
“Non lo so neanche io.” replica Tonda, facendo spallucce “Ma alla comparsa di Mazinga Zeta, anni fa, tutte le maggiori industrie militari aprirono un ramo di progettazione per armi non-convenzionali. Non era cosa poco comune, trovarsi simili richieste, all’epoca. La comparsa di Mazinger aprì nuove possibilità all’ingegneria militare.” conclude, mentre spegne il terminale, con gesti rapidi e sicuri. Quindi si alza in piedi, sistemandosi il vestito.
“La verità, è che sfrutto i miei progetti passati.” ammette, mentre si dirige verso l’uscita della sala “Sono solo un altro modo per restare ancorati ad un mondo che non c’è più.”
“Non ci vedo niente di male.” obbietta Tetsuya.
“No. Forse no.” ammette il professore “Ma rendono più difficile accettare che quel mondo non tornerà più”
Giunti sull’uscio della sala, Tonda non riesce però a contenere la propria nostalgia.
“Però il G Booster era il lavoro di cui andavo più fiero.” esclama con aria trasognante.
“Perché?” domanda Tetsuya.
“Perché che tu ci creda o meno, è il jet più veloce mai progettato. E non è stato facile crearlo. Soprattutto a causa delle specifiche di quella dannata lega.” dichiara l’anziano, visibilmente orgoglioso.
Tetsuya ha un sussulto.
“Quale…” deglutisce “…quale lega?”
“Ohhh,” spiega distratto il Capomastro, varcando la soglia della porta “la lega Zeta. Il G Booster doveva esser costruito con una sua variante più resistente. Avrebbe potuto trapassare corazze d’acciaio spesse metri e metri, uscendone incolume.”
Improvvisamente, violente come un mare in tempesta, intuizioni inconfutabili si abbattono sulla mente di Tsurugi. L’ex-pilota scuote lievemente il capo, cercando di sbarazzarsene, trovandosi a disagio con pensieri relativi alla sua vita precedente, e non si accorge della fugace occhiata con la quale Tonda ha rapidamente studiato la sua reazione.
“Povero G Booster. Peccato nessuno lo costruirà mai.” riprende sconsolarto il professore, quindi si avvia lungo il corridoio “Ma così vanno le cose, vero Tsurugi?
Ancora una volta, una strana sensazione di fastidio attraversa l’ex-pilota del Great, mentre ascolta le parole di Tonda. Come se il professore giocasse con lui, celando al di sotto delle proprie parole un discorso più profondo.
Con un paio di pacche sulle spalle di Tetsuya, Tonda si accomiata da lui.

“Ora fatti un bel pisolino. Parleremo domani.”
Tetsuya annuisce, quindi segue la sagoma del vecchio perdersi tra le ombre dei cunicoli di Edo.
"G Booster..." borbotta, pensieroso. Poi si avvia verso i propri alloggi, tentando di frenare le speculazioni che gli permeano la mente, in attesa di dispiegarsi.
Distesosi sul proprio letto, l’ex-pilota del Great non riesce però a prender sonno. Potrebbe allenarsi, ma il suo fisico lamenta ancora qualche strascico dello shock elettrico subito la mattina. E Tsurugi sa bene che in simili situazioni è meglio non forzare la mano. Vagando senza meta lungo la stanza, il suo sguardo finisce poi per fissarsi sul logoro tavolino. Sopra di esso, vi sono gli unici oggetti che Tetsuya ha portato con se dalla Fortezza. Un dischetto, contenente le schede psicologiche del personale della Fortezza. Ed un diario cartaceo.
Il diario dell’amata dottoressa Asamya.
Il diario della traditrice Marchesa Yanus.
Per settimane Tetsuya ha resistito alla tentazione di sfogliarne le pagine, timoroso di quanto potesse esservi contenuto. E dell’effetto che avrebbero potuto avere su di lui.
Ma rimandarne ancora la lettura, ne è ben cosciente ora, non servirebbe a nulla.
Con uno sbuffo, si mette seduto sul letto. Poi allunga la mano e prende il diario sgualcito. Tentenna per un attimo, ancora indeciso, quindi lo apre…

“Dal diario della Dottoressa Asamya…


…corro per i corridoi della Fortezza, senza risparmiare il fiato, diretta all’Hangar numero 3. Oggi, è il grande giorno. Il giorno del primo vero test del progetto del Direttore. La prima vera prova, del lavoro di una vita del Dottor Kenzo Kabuto. Quando giungo in prossimità delle porte dell’Hangar mostro rapidamente il mio tesserino di riconoscimento agli addetti alla sicurezza. Ligia alle procedure, anche se non ve ne sarebbe bisogno. I due militari sanno bene chi sono. E si fidano di me. E’ il mio lavoro, conquistarmi la loro fiducia.
Come Dottoressa Asamya, psicologa del personale della Fortezza delle Scienze.
Come Marchesa Yanus, spia in incognito del grande impero di Mikeros.
Velocemente, i due militari mi conducono all’entrata.
Varco la soglia. E sono costretta a sgranare gli occhi.
E’ ultimato.

Il Great Mazinger si erge nelle profondità dell’Hangar, ormai completato in ogni sua parte. Bracci meccanici muniti di enormi saldatori, stanno fissandone il braccio sinistro alla spalla. Ma fatta eccezione per quell’imperfezione momentanea, il corpo del gigante è ormai completo, del tutto rivestito dalla resistente superlega metallica. E, contro ogni mia aspettativa, genera in me un timore quasi reverenziale. In quel momento ne divengo pienamente consapevole e certa. Mikeros imparerà a temere la creatura meccanica, frutto del genio di Kenzo.
Distolgo lo sguardo dal gigantesco titano di metallo, e mi guardo intorno. L’hangar è gremito di tecnici, ingegneri e scienziati di varia estrazione. Tutti impegnati a predisporre al meglio le proprie apparecchiature, in vista del test. China su alcuni monitor in un angolo della sala, riconosco la sagoma di Kenzo, e mi faccio strada nella sua direzione.
“Da quel che capisco, non mi sono ancora persa il grande momento.” esclamo in direzione del Direttore.
Kabuto distoglie per un attimo lo sguardo dai monitor, volgendolo nella mia direzione.
“Affatto. Hai ancora un posto in prima fila per il mio successo, Misato. O per il mio fallimento.” replica ironico, accennando un sorriso. Ma la tensione del momento è tale da riprendere il sopravvento sul suo volto, forgiandolo in una maschera di imperturbabile serietà.
“E’ davvero incredibile, Kenzo.” continuo, avvicinandomi sino a pochi passi dalla sua postazione “Vederlo a pezzi, non era la stessa cosa. E’…è… monumentale.”
Kenzo sbuffa.
“Non mi serve un monumento, o una scultura. Mi serve un’arma. Oggi capiremo se ho progettato e costruito per anni la prima o la seconda.”
La sua attenzione viene attratta da una piccola spia d’allarme su uno dei monitor. Velocemente, con gesti sicuri e determinati, il Direttore digita qualcosa sulla tastiera, quindi porta un microfono alla bocca e si volge in direzione della sua maestosa creatura.

“Kawamari! I condotti del flusso fotoatomico della spalla sinistra non sono allineati. Correggi l’errore, o all’attivazione perderemo metà della struttura endoscheletrica!” ordina, con tono urgente.
“Ricevuto, Direttore.” è la risposta che giunge dall’interfono.
Mentre Kabuto vigila che il suo ordine sia portato a termine, getto un’occhiata su uno dei monitor. Su di esso, scorgo e riconosco la sagoma del Great Mazinger, correlata da tabelle che ne indicano molteplici valori.

Accanto alla finestra del file, un’altra mostra ancora una sagoma di Mazinger. Ma di un Mazinger differente, più semplice ed acerbo nella sua figura, che risulta esteticamente quasi goffo se paragonato alle longilinee ed aggressive forme del Great.
Il file è nominato Mazinger Zeta.

Anche di seguito a questo, differenti tabelle snocciolano dati quasi incomprensibili ai miei occhi. Ma dai quali intuisco che questo Zeta è decisamente meno potente del Great.
“Mazinger Zeta.” azzardo “Cos’è?”
Kabuto torna a fissarmi.
“Il prototipo originale.” spiega infine.
“Non molto potente.” commento.
“E’ molto potente, invece!” replica Kabuto seccato. Scorgo una traccia di orgoglio nel tono della sua voce.
“Ma non abbastanza per affrontare le armate di Mikeros, quando giungeranno.” conclude poi, tornando ai suoi monitor.
Mikeros.

Il grande nemico invisibile a fronteggiare il quale Kenzo Kabuto ha dedicato tutta la propria vita. Pur non avendo prova dell’esistenza di questo impero sotterraneo di creature biomeccaniche. Nessuna prova, salvo gli appunti deliranti di suo padre, Juzo Kabuto. Nonostante questo, la determinazione del Direttore della Fortezza delle Scienze è riuscita a convincere segretamente dell’imminente minaccia finanziatori e scienziati da ogni parte del globo, sebbene con grande fatica.
E mi appare tragicamente ironico che, davanti ai suoi occhi, nella mia persona, il Direttore ignori vi sia la prova evidente che ha cercato per tutta una vita.
“Sempre che Mikeros arrivi.” commento distratta, con una punta di falso scetticismo.
“Arriverà. Arriverà.” replica Kenzo, sicuro di se “E noi dovremo essere pronti.”
Dall’interfono gli giunge un’altra chiamata.
“Direttore, il fissaggio è stato completato.”
Kabuto si volge verso il Great Mazinger, mentre gli enormi bracci meccanici si allontanano dal gigantesco robot.
“Procedere con la predisposizione della capsula d’attivazione.” ordina al microfono.
“Ricevuto.” gli giunge corale in risposta attraverso l’interfono, dagli efficienti tecnici della Fortezza.
Approfitto del suo momento di distrazione, per aprire la finestra di un terzo file sulla schermo ove compaiono gli schemi del Great e del prototipo. Il nome del file mi ha incuriosita ed attratta.
M.Kaiser.
Quando la finestra si apre, impiego qualche secondo ad orientarmi tra le tabelle. Poi, quel poco che vi comprendo, mi porta a spalancare gli occhi incredula.

“Ma questo è…è…” non riesco a trattenere un’esclamazione di sorpresa.
Kabuto si volge nella mia direzione, quindi si affretta a spegnere il monitor con i dati sui robot.
“Un terzo Mazinger…” balbetto, ancora preda allo sconcerto “… e le sue caratteristiche sono incredibilmente superiori a quelle del Great!”
Kabuto non apre bocca, preferendo concentrarsi sui monitor.
Trascorro alcuni secondi a riprendermi da quanto visto.
“Perché?” azzardo infine “Perché costruire il Great, se disponi già di un progetto per un robot incredibilmente più potente?”
Kabuto si volta a fissarmi per qualche istante. Non riesco a comprendere se stia studiando me, o se sia impegnato nella formulazione di una difficile risposta.

“Quello che stiamo facendo…” spiega alla fine “…il successo di quello che stiamo facendo ha margini strettissimi, Misato. Poggia su una linea sottile, e se questa linea è oltrepassata in un verso o in un altro, per eccesso o per difetto, il risultato sarà un fallimento.”
Lo fisso confusa, incapace di decifrare le sue parole.
“Vi sono limiti che l’essere umano non deve travalicare, pena la sua rovina.” conclude, e dal tono comprendo che non avrò altre spiegazioni in merito.
Un improvviso cigolio metallico echeggia per tutta la sala, attirando la nostra attenzione. Un nuovo braccio meccanico si sta facendo strada sul soffitto, in direzione del Great Mazinger. Tra le sue tenaglie d’acciaio è ben fissata una capsula grigia, dall’aspetto scarno e con numerosi cavi e circuiti scoperti.
“Quella sarebbe la capsula del pilota?” domando un po’ delusa.
“No.” risponde Kenzo “E’ solo un congegno che ne simula i più semplici circuiti d’attivazione. Il Brain Condor non ci serve, per questo esperimento.”
“Brain Condor?”
“La navicella con la quale il pilota si unirà al Great. Apparentemente solo un piccolo caccia monoposto.” spiega il Direttore.
Annuisco, senza celare un sorriso divertito. “Brain” Condor. Un nome evocativo, ad indicare la “mente” del suo gigante di metallo. Un esempio tipico dell’epica ispirazione immerso nella quale Kenzo Kabuto trascorre la sua esistenza. E mi sorprendo a provare un moto d’affetto, al pensiero delle maniacalità tipiche di questo singolare essere umano.
Il suono dell’interfono mi riporta a ciò che mi circonda.
“Direttore, la capsula è posizionata.”
Il braccio meccanico, scorgo, ha condotto la capsula di attivazione qualche metro al di sopra dell’alcova posta sulla testa del Great Mazinger, in attesa dell’ordine del Direttore.
“A tutte le postazioni!” ordina Kabuto attraverso il microfono “Prepararsi al test d’attivazione. Segnalare a questa postazione ogni fluttuazione di energia anomala.”
“Ricevuto.” gli fa eco, con un coro di voci, l’interfono.
Kabuto resta immobile per qualche istante, senza tradire neanche un respiro. Percepisco chiaramente la sua tensione.
Poi, inaspettatamente, si volta nella mia direzione.
“Ci siamo. Prepara i pomodori.” mi ammicca, lasciandosi andare per un istante ad una giovialità che pochi crederebbero possa albergare nel suo cuore. E’ solo un istante, quindi torna a vestire i rigidi panni del Direttore, dando il via al conto alla rovescia.
“Meno tre.”
Mi scopro improvvisamente nervosa.
“Meno due.”
Probabilmente, perché sto assistendo alla nascita dell’arma che l’umanità utilizzerà contro la mia gente.
“Meno uno.”
O forse, è il voraginoso dubbio che mi assilla, perché condivido la speranza di Kabuto, che il suo progetto abbia successo?
“Attivazione!” urla il Direttore al microfono, distraendomi dai miei dubbi.
Un istante dopo, il braccio meccanico pone la capsula all’interno dell’alcova tra le creste del Great. La capsula si aggancia perfettamente, con un secco rumore di metallo.
Sullo schermo più vicino a lui, Kabuto studia uno schema degli interni del robot.

Linee gialle iniziano a propagarsi dal petto della sua creatura sullo schermo, indicando l’energia fotoatomica che il generatore interno ha iniziato a propagare per le membra metalliche. E’ solo questione d’istanti, e l’energia permea ogni circuito della macchina antropomorfa. Ed è in quel momento, che con un suono secco, gli occhi del Great Mazinger si illuminano di una gialla luminescenza.

Il gigante ha aperto gli occhi al mondo, per la prima volta.
“A tutte le postazioni, rapporto!” ordina Kabuto.
Attraverso lo schermo e l’interfono gli giungono tutti i dati relativi al funzionamento del Great.
Ma io non vi faccio caso. Resto impietrita a fissare gli occhi del gigante. Mi domando se sia cosciente. Mi chiedo se riesca a vederci. A percepirci. Il Great Mazinger è li, immobile, con il suo cuore fotoatomico che ha iniziato a battere, per la prima volta. Sarà davvero l’arma dell’umanità contro noi Mikeros? Kabuto è davvero riuscito a creare colui che abbatterà il Generale Nero e le sue armate? O quell’enorme involucro di metallo nasconde solo i futili sogni di una piccola mente limitata, disperata di fronte all’ineluttabilità del proprio destino?
Ancora una volta mi sorprendo, perché non riuscirei ad affermare con chiarezza in quale direzione puntino le mie speranze.
Il fluire di dati sul monitor del Direttore s’interrompe, e con esso anche le segnalazioni via interfono. Con uno sbuffo soddisfatto, Kabuto si volge nella mia direzione.
“E’ un successo.” commenta.
Tento di sorridere in risposta, ma nonostante tutto il mio addestramento, non riesco a nascondere una traccia di sconcerto sul mio volto.
Kabuto torna a parlare al microfono.
“A tutte le postazioni, pronte alla disattivazione!” ordina, e ancora una volta risposte affermative gli giungono dall’interfono.
“Tre…due…uno…ora, sganciare capsula!” comanda.
Il braccio meccanico vibra, poi un sinistro cigolio si propaga per la stanza. La capsula è ancora connessa al Great. Mi basta un’occhiata al volto di Kabuto per capire che qualcosa non va secondo i piani.
“Kawamari! Che succede? Sgancia la capsula.” tuona al microfono il Direttore.
“Direttore, ci sto provando. Ma incontro resistenza. I ganci metallici delle creste non vogliono saperne di aprirsi.” è la risposta dall’interfono.
All’unisono, io e Kabuto portiamo lo sguardo al Mazinger. Il corpo del robot freme, sotto tensione, mentre il braccio meccanico tenta di estrarne la capsula. Gli occhi del gigante sono ancora luminosi, e vivi.

Kabuto torna a urlare ordini al microfono, mentre io continuo a fissare la scena. Il sangue si gela nelle mie vene, mentre assisto alla ribellione di una creatura che ha appena cominciato a vivere e non vuole separarsi dalla molteplicità di nuove sensazioni appena scoperte. Ne sono sicura. E’ il Great a non volersi spegnere. E questo mi terrorizza.
Ma la mente scientifica e razionale di Kabuto non sembra afferrare la situazione nel suo complesso, preferendo rifugiarsi in malfunzionamenti specifici e del tutto casuali.
“Kawamari, attiva i controlli di emergenza.” urla al microfono, mentre le sue mani guantate compongono strani codici sulla tastiera del computer.
“Ci sto provando, Direttore. Ma rifiuta il codice d’accesso.”
“Allora prova ancora!” è la secca risposta spazientita di Kabuto.
La capsula di attivazione inizia a vibrare. Odo lo schioccare di meccanismi di chiusura che saltano, mentre il braccio meccanico tenta di sottrarre la capsula al robot. Gli occhi del Great brillano ad intermittenza per alcuni secondi, poi la capsula viene strappata via, e la luminescenza gialla che li illuminava, lentamente si disperde.

Il gigante è tornato a dormire.
“Spegnimento effettuato. Generatore fotoatomico principale in stand-by.” comunica l’interfono.
Kabuto si lascia andare su una sedia, respirando profondamente. Poi riprende in mano il microfono.
“Bene Kawamari .Bene.” si complimenta con voce stanca “Predisponi una squadra di tecnici, e fai riparare i fermi di aggancio sulle creste.”
“Si, Direttore!”
“A tutto il personale dell’Hangar.” comunica quindi “I miei più sinceri complimenti e ringraziamenti. L’esperimento è riuscito. Godetevi il resto della giornata per riposare. Qui abbiamo finito per un po’.”
Cori di “urrà” si propagano per tutta la sala, mentre tecnici, scienziati ed ingegneri si congratulano gli uno con gli altri. Ma Kabuto non sembra partecipe di quella gioia.
“Qualcosa ti preoccupa?” gli domando, ponendogli una mano sulla spalla.
Volge gli occhi nella mia direzione. Sono gli occhi di un uomo stanco. Un uomo avvezzo a vivere tutta la propria vita sotto una costante tensione, immerso in una perenne lotta contro il tempo e difficoltà inaspettate, senza nulla concedere alla fatica o all’indecisione. Un uomo che solo in brevi istanti, come quello al quale sto assistendo, permette che tutto il peso che custodisce dentro, emerga alla superficie.
“Più di una cosa.” mi risponde, accennando un sorriso “E tu lo sai bene.”
Annuisco, con fare rassicurante.
“Ma perché fermarsi qui?” domando poi.
“Che intendi dire?”
“Perché fermarsi ad un test statico? Perché non provarne uno in movimento? In azione?”
Kabuto sospira.
“Perché non è ancora pronto.”
“Pronto?”ripeto, non comprendendo a cosa si riferisca “Cosa non è pronto? Quel “Brain Condor” di cui parlavi?”
“No. Il Brain è pronto da mesi.” risponde, scuotendo la testa. Quindi allunga una mano verso il monitor. Un semplice “clik” e ai grafici del Great Mazinger si sostituisce l’immagine di una videocamera. Conosco il luogo che inquadra. E’ la palestra, dove un bambino poco più che undicenne sta addestrando se stesso. Come ogni giorno.
“E’ Tetsuya, a non esser pronto.” conclude Kabuto.
Osservo la scena in palestra. Tetsuya è di nuovo alle prese col crudele ed odiato allenamento della sbarra elettrificata.

Ma il ragazzino sembra avere accettato l’allenamento particolare, dopo il secco rifiuto di appena un anno prima. Nonostante il dolore, si avventa sulla sbarra ad ogni comando dell’addestratore Tavirovich. E, la cosa mi sorprende, non urla. Non un singolo lamento fuoriesce mai dalle sue labbra. Mi scopro ancora perplessa davanti all’apparente insensatezza di quel genere d’allenamento. Ma sono ancora più sconcertata dalla resistenza del piccolo Tetsuya.
“Bè,” riprendo, approfittandone per distogliere lo sguardo dal monitor “hai molti piloti collaudatori alla Fortezza. Fallo testare ad uno di loro.”
“Impossibile.” è la secca risposta di Kabuto “Il Great Mazinger non può essere pilotato da un semplice collaudatore.”
Lo fisso, senza capire cosa intenda dire.
“Un pilota non basta.” continua lui “Serve qualcosa di più. Qualcuno capace di…”si blocca per un istante, portando lo sguardo alla sua creatura meccanica in fondo all’hangar. Il gigantesco robot è ora immerso nel suo silenzioso immobilismo abituale. Quasi sembra impossibile si tratti della stessa macchina che gemeva e pulsava di una potente energia qualche minuto prima.
“…qualcuno capace di domarlo.” conclude.
Il mio pensiero corre immediatamente alle difficoltà di spegnimento di qualche minuto prima, durante il test. E d’improvviso capisco tutto. Kabuto ha visto quanto ho visto io. La determinazione di qualcosa, una mente forse, che rifiuta di tornare all’oblio. Una resistenza vinta solo con l’aiuto di tutto il suo staff. In mente, mi riprometto di non sottovalutare più le capacità intuitive del Dottor Kenzo Kabuto.
Sospirando, rivolgo nuovamente l’attenzione al monitor, e vi scorgo Tetsuya ancora intento a controllare il proprio dolore. Cade, si rialza, cade, si rialza ancora, mosso solo dalla propria determinazione e volontà, laddove il corpo lo tradisce. Cade, si rialza, cade, si rialza.
E non urla.
Un altro lampo intuitivo attraversa la mia mente. Un’intuizione che non posso fare a meno di esprimere ad alta voce.

“Non lo stai addestrando.” bisbiglio stupefatta.
Kabuto mi fissa perplesso.
“Non stai allenando Tetsuya perché guidi la tua arma.” continuo, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal monitor “Tu lo stai forgiando. Tetsuya è l’arma. Il Mazinger potrà essere la lama, ma Tetsuya deve divenire l’elsa, senza la quale la lama è inutilizzabile.” resto io stessa stupefatta dalle mie parole.
“Tutto questo è… è… inumano.” concludo, ma senza alcun tono d’accusa. Quell’”inumano”è solo una lucida constatazione.
Per un attimo scorgo una smorfia di dolore, sul rigido volto del Direttore della Fortezza, mentre contempla l’allenamento di suo “figlio”. Forse il manifestarsi di un senso di colpa perennemente sopito.

Ma è solo un attimo, prima che Kabuto rivesta i panni dell’imperturbabile pianificatore.
“Serve qualcosa d’inumano, per combattere una minaccia inumana.” sentenzia, sollevandosi dalla sedia.
“Ora Misato, se vuoi scusarmi, devo riposare.” mi saluta senza guardarmi, quindi si avvia verso l’uscita dall’Hangar.
Osservando la sua sagoma mentre si allontana, ho l’impressione che le sue spalle siano più curve, piegate da un peso invisibile. E probabilmente è proprio così. Per quanti circuiti meccanici possano mantenere in vita il suo corpo, l’anima di Kenzo resta umana. Ed i miei studi m’insegnano che nessun umano fugge con facilità ai propri sensi di colpa.
Rimasta sola alla postazione, alterno più volte lo sguardo dal monitor al Great Mazinger, mentre una certezza si fa strada nella mia coscienza. Oggi ho assistito solo ad una parte del grande progetto di Kabuto. La reale portata di quanto messo in moto tra le pareti della Fortezza, mi è ancora aliena.
E io, Marchesa Yanus, spia dell’invincibile esercito del Gran Generale Nero, non riesco a trattenere un lungo e gelido brivido che percorre il mio corpo sino alle viscere
…”

Friday, May 26, 2006

Capitolo 2: Dolore


...con passi rapidi ma estremamente silenziosi, Tetsuya si fa strada lungo la fitta boscaglia. Il bosco che sorge in prossimità del villaggio-bunker di Edo è uno dei pochi nelle desolate pianure del Kanto, costituite da inospitali deserti di roccia e poco altro. Un piccolo corso d’acqua ha graziato le terre circostanti il bunker da un destino di aridità, permettendo ai rifugiati di coltivare piccoli appezzamenti di terra nei pressi della loro casa sotterranea. Una piccola oasi felice, se di felicità è lecito parlare, in un mondo devastato dalla guerra. Ma nessun bosco né corso d’acqua, Tetsuya lo sa bene, può tenere a lungo lontana la minaccia di Mikeros.
L’ex-pilota del Great Mazinger si ferma per un attimo in un angolo del bosco, immerso nella penombra. Dalla tasca della tuta tira fuori un segnalatore. Su un piccolo display a cristalli verdi, cursori gialli segnalano i rilevatori della rete di sorveglianza, sparsi per tutto il perimetro del bosco. Solo uno dei cursori emette bagliori rossi, sintomo di un malfunzionamento. Tetsuya sospira, preoccupato.
Al suo arrivo nella comunità, due settimane prima, la rete di segnalazione già predisposta attorno al bunker come misura militare standard, era disattivata. La rete rappresentava un prodigio tecnologico dell’ultimo periodo della florida civiltà umana, capace di scansionare un’ampia zona circostante il bunker e di segnalare eventuali movimenti di oggetti dalla massa superiore a quella di un essere umano, sia in cielo che in terra. Questo, restando occultata e senza alcun appariscente dispositivo radar identificabile dai nemici. Ma nessun membro della comunità di sopravvissuti disponeva delle corrette competenze per ripararla ed attivarla. Tale deficienza nelle capacità tecniche dei sopravvissuti aveva causato, lungo il corso degli anni del dominio di Mikeros, la morte di molti dei rifugiati di Edo. Senza alcun segnalatore o allarme, i coraggiosi e gli imprudenti che si avventuravano ai confini del bosco, alla ricerca di approvvigionamenti, venivano spesso sorpresi e catturati o uccisi da creature di Mikeros. La comunità era stata, negli anni, dimezzata, correndo anche il rischio di venir scoperta e sopraffatta.
Spacciatosi per un tecnico militare, sfuggito alla città di Yoshida dopo l’assalto dell’armata Mazinger, Tetsuya si era detto disponibile a riparare ed attivare la rete. Sfruttando le competenze acquisite durante tutta una vita d’addestramento alla Fortezza delle Scienze, il ragazzo era riuscito a ripristinare la rete in poco meno di una settimana, guadagnandosi la stima e l’accettazione della comunità. Attraverso dei piccoli segnalatori, delle dimensioni di un orologio da tasca, ogni sopravvissuto di Edo veniva avvisato dalla rete di sorveglianza di eventuali minacce in avvicinamento, guadagnando il tempo necessario a rifugiarsi nel Bunker. Questo, nel corso di poco più di una settimana, aveva già salvato la vita a sei persone. Ed aumentato la fiducia e la gratitudine della gente di Edo nei confronti del forestiero giunto da Yoshida.
Riposto il segnalatore in una tasca della propria tuta, Tetsuya riprende il proprio cammino. L’elemento guasto non dista più di un chilometro dalla sua posizione, ed in pochi minuti Tsurugi raggiunge la zona ove questo è posto. Ad attenderlo, come gli aveva preannunciato Kaori, vi è già un uomo. Poco più che un ragazzo, in realtà, Go osserva con aria confusa il rilevatore guasto, attraversato perpetuamente da minacciose scariche elettriche.
“Ahhhhh!” esclama, spazientito grattandosi nervosamente la corta capigliatura nera “Maledetto aggeggio! Cosa cazzo dovrei fare ora? Spegnerlo?”
“Se lo spegni, causerai il collasso della rete.” replica con calma Tetsuya.
Go, sino a quel momento ignaro della presenza di Tsurugi, viene scosso da un sussulto, ed imbraccia di corsa il grosso fucile che reca con se a tracolla, puntandolo nella direzione dell’ex-pilota del Great.
“Calma.” continua il pilota, intimandogli di abbassare l’arma con un gesto della mano “Sono io.”
Con un sospiro di sollievo, Go ripone nuovamente a tracolla il fucile.

“Mi farai venire un colpo, Tsurugi!” si lamenta poi, non riuscendo però a trattenere un sorriso divertito “Dovresti smetterla di spuntarmi alle spalle silenziosamente. O un giorno o l’altro ti faccio secco per sbaglio.”
“Sei libero di provarci.” commenta Tetsuya, avvicinandosi al rilevatore, chinandosi poi su di esso per studiarlo da vicino.
“Ma ancora non capisco che ti aggiri a fare sempre con quell’arnese.” continua, senza distogliere lo sguardo dal rilevatore sovraccarico.
“Come? Per difendermi meglio, non è ovvio?”
Tetsuya lancia una rapida occhiata al fucile di grosse dimensioni, poi torna a controllare il rilevatore.
“Vorresti difenderti dai Mikeros con quel giocattolo?” domanda quindi.
“Non è un giocattolo!” replica infastidito Go, battendo due pacche affettuose sulla canna del fucile “E’ un fucile d’assalto sperimentale. Un prototipo. L’ho trovato nel Bunker.”
Tetsuya sorride, carico d’amarezza.
“Non fa differenza. Non riuscirebbe nemmeno a graffiare la corazza di quei mostri.” spiega.
“E credi che io non lo sappia?!” replica spazientito Go.”Ma mi da un po’ di sicurezza, per quanto futile. Certo, mi piacerebbe avere uno di quei Mazinga-cosi, per fare il culo a quei mostri. Ma non ce ne sono di disponibili!”
All’udire la parola “Mazinga”, il volto di Tetsuya si scurisce.
“Credimi. Non ti piacerebbe affatto.” esclama poi, sibillino.
“E tu che ne sai, Tsurugi?” domanda Go, mentre il suo volto viene attraversato da una smorfia interrogativa.
“Niente. Lascia perdere.” risponde Tetsuya “Da quanto è guasto?” domanda quindi, sviando la discussione.
“Ahhh! Da alcune ore, direi.”
Tetsuya resta in silenzio per alcuni minuti, immerso nella riflessione.
Go si avvicina lentamente, tentando di non disturbare i pensieri di Tsurugi. Si sofferma ancora per qualche secondo a guardarlo, poi la sua pazienza cede.
“Ahhhhh!” esclama, grattandosi la nuca “Ma davvero non possiamo spegnerlo?”
“No.” spiega Tetsuya “Se lo facessimo, genereremmo un effetto a cascata che spegnerebbe tutta la rete. Ci vorrebbe una settimana per inizializzarla di nuovo. E non ce lo possiamo permettere.”
Il pensiero di Tetsuya corre a tutti i volti dei sopravvissuti di Edo. Una settimana senza rete di segnalazione, potrebbe condannarne alcuni alla morte, o ad un destino peggiore. Un rischio, questo, che Tetsuya non è disposto a correre.
“Ahhh! E allora come si fa?” esclama Go.
Tetsuya si gratta il mento pensieroso, per qualche secondo.
“Il problema…” spiega infine “…è nel malfunzionamento del generatore di riserva di questo rilevatore. Non è entrato in funzione quando avrebbe dovuto.”
“E quindi?” domanda Go, fingendo di comprendere la spiegazione.
“E quindi bisognerà attivarlo, senza spegnere il rilevatore.” conclude Tetsuya.
“Capito.” mente Go.
Tetsuya trae un profondo respiro, quindi avvicina le proprie mani al rivestimento superiore del rilevatore, con l’intento di scoperchiarne il cuore. Ma viene interrotto dall’urlo di Go.
“Ma sei impazzito?” strilla il ragazzo, osservando con preoccupazione le scariche elettriche che attraversano come impazzite la componente della rete di sorveglianza.
Lo sguardo di Tetsuya si sofferma su di lui, perplesso.
“Ti ho già spiegato che non possiamo spegnerlo.”
“Ahhhh! Si…ma…ma…” balbetta Go, in preda allo sconcerto “…ma così ti ammazzerai!”
“No, tranquillo.” cerca di rassicurarlo Tsurugi “Il voltaggio non è tale da potermi uccidere.”
“Ma…ma farà male. Un male cane!” obbietta Go, non riuscendo ancora a capacitarsi della calma determinazione di Tsurugi.
“Non sarà nulla.” dichiara Tetsuya, mentre si appresta di nuovo a scoperchiare il rilevatore.
“Nulla, che io non abbia già sperimentato.” conclude, mentre le sue mani toccano il rivestimento metallico del componente.
Al contatto, un’ondata di dolore elettrico si propaga dalle mani dell’ex-pilota del Great, lungo tutte le sue membra, simile a mille aculei affilati che ne penetrino le membra sino alle ossa.
Ma Tsurugi stringe i denti.

E non urla…

…Urla.
Tetsuya urla di dolore, mentre stacca a fatica le proprie mani dall’asse di metallo elettrizzata. Il rinculo lo fa ruzzolare all’indietro sul suolo dove, ancora scosso da tremiti elettrici, il ragazzino di 10 anni si raggomitola in posizione fetale, tentando di respirare.

Dopo poco più di un minuto, il dolore della scarica elettrica diviene solo un eco pungente all’interno delle giovani fibre del suo corpo. Lentamente, senza scatti, il ragazzino si rialza, continuando a respirare profondamente.
“Solo otto secondi, Tetsuya.” è il giudizio negativo dell’addestratore.
Tetsuya incrocia lo sguardo impassibile del tenente Tavirovich, erto accanto a lui, con un cronometro in mano.
“Solo otto secondi. Non va affatto bene.” continua l’addestratore Tavirovich “Il programma del Direttore richiede che tu riesca a reggere almeno venti secondi.”
Tetsuya non batte ciglio, impassibile. Si massaggia le mani, ancora scosse da lievi tremiti al ricordo dello shock appena subito, in silenzio.
“Coraggio.” prosegue Tavirovich, puntando con l’indice l’asse di metallo elettrificata “Riprova.”
E’ un attimo. Al suono dell’ordine ricevuto, un ordine al quale il giovanissimo Tetsuya non è mai venuto meno lungo il corso dei suoi anni alla Fortezza, il ragazzino si guarda intorno in una veloce panoramica, nervosamente. Come a cercare una via di fuga. Ma le scintillanti pareti della palestra, mute nei ronzii elettronici delle proprie strumentazioni, non gli forniscono alcun conforto. Il suo sguardo si posa quindi sopra l’asse elettrificata. E d’improvviso, prodotta dallo strano miscuglio di paura ed odio che gli attorciglia le viscere, una nuova sensazione si fa strada nel corpo e nell’animo del bambino.Una sensazione mai provata prima.
“No!” esclama deciso, fissando Tavirovich negli occhi.
L’addestratore tradisce, per un momento, una smorfia di sorpresa.
“Come?” domanda infine, con voce sommessa.
“Ho detto no!” replica Tetsuya, invaso dal coraggio, mentre si rimette in piedi “Non lo rifarò!”.
“Tetsuya” lo intima Tavirovich, facendo ricorso a tutta la propria autorità “Fa parte del programma, lo sai. Devi riprovare, sino a quando non sarai in grado di reggere per oltre venti seco…”
“NON HA SENSO!” gli urla contro il ragazzino, interrompendolo.

Tavirovich ammutolisce, davanti a quell’inaspettata manifestazione di ribellione.
“PERCHE’?” chiede polemicamente Tetsuya “Perché? Che c’entra questo col pilotare il Gureto? Perché mi dovete… torturare così? Nessuno alla Fortezza viene addestrato allo stesso modo. Nessuno, neanche Jun! E’ inumano!”
Involontariamente, ma traendone un’ inaspettata sensazione di libertà, il piccolo Tsurugi scarica nelle proprie parole tutta la frustrazione accumulata negli anni di rigido e sovrumano addestramento.
“Ma…” Tavirovich balbetta, incapace di fronteggiare la rabbia del ragazzino.
“Tu! Tu l’hai mai fatto? Sei mai stato addestrato così?” domanda Tetsuya.
Tavirovich si scurisce in volto. Poi, con un lento movimento del capo, ammette di non aver mai ricevuto un simile addestramento.
“Io mi rifiuto.” sancisce definitivamente il ragazzino, battendosi un pugno sul petto.
Addestratore ed addestrato si fissano per lunghi minuti silenziosi. Tavirovich è sgomento. E’ la prima volta che Tetsuya reagisce in questo modo. Per quanto gravosi e rigidi fossero gli allenamenti, il ragazzino aveva sempre obbedito, senza muovere alcuna contestazione. Sino ad oggi. La barra elettrificata fa parte del programma che il Direttore della Fortezza ha steso per Tsurugi, tuttavia persino Tavirovich aveva mosso dei lievi dubbi circa l’utilità di una simile prova, giudicandola inutilmente dolorosa e crudele. Per quanto avvezzo a far rispettare la propria autorità, il tenente si ritrova incapace di imporla ora sul ragazzino, offuscato da profondi dubbi.
Conscio di aver vinto la propria sfida d’autorità, Tetsuya si dirige lentamente verso gli spogliatoi della palestra, forte di una strana emozione che non riuscirebbe ad articolare neppure volendolo. La sensazione, unica, di aver finalmente preso in mano la propria vita. Mentre si muove verso l’uscita, Tetsuya scorge sull’uscio la piccola Juhn, sua sorella adottiva, anche lei un’orfana salvata dal Direttore. Negli occhi chiari della bimba mulatta, Tetsuya legge emozioni contrastanti.
Delusione, forse, nei riguardi di colui che ha rifiutato gli ordini indiretti del “Capo”.
Ammirazione, magari, verso colui che le ha mostrato uno squarcio di alternativa alla rigida esistenza della Fortezza.
Mentre Tetsuya è in procinto di abbandonare la palestra, un ronzio gracchiante segnala l’attivazione degli interfono della sala. Tetsuya si blocca, presagendo quale voce udirà dagli altoparlanti.
“Tetsuya. Cosa significa questo?” la domanda è pronunciata in un tono severo, che non ammette giri di parole. La voce emessa dagli altoparlanti, Tetsuya la riconosce istantaneamente,è quella del “Capo”. Suo padre adottivo, e Direttore della Fortezza delle Scienze.
Il bambino trae un profondo respiro. Con lo sguardo cerca Juhn, sperando di trovarvi conforto e la forza di replicare. Ma la bambina, intimorita, ha volto i propri occhi al pavimento quasi in segno di riverenza.
Tetsuya, completamente solo nella propria ribellione, deglutisce.
“Capo,” esclama quindi “ quest’addestramento non ha senso. Dovrei essere sul simulatore, a provare l’agganciamento con il Gureto. Non qui, a…a…”
La replica del “Capo” lo interrompe.
“Non è di un semplice pilota che il Great ha
bisogno, Tetsuya. Non è a divenire un semplice pilota, che ti stiamo addestrando.Un semplice pilota non farà la differenza.” continua dall’interfono “Non ci serve solo una mente per il Great. Ma anche un cuore. Un cuore resistente.”
“Ma…” balbetta il bambino “Ma questo addestramento che senso ha? Cosa… cosa dovrei impararne?”
“Pensi che Mikeros si fermerà di fronte ad un tuo rifiuto, Tetsuya?” tuona il Direttore “Credi che quando sarai scosso dal dolore e dalla paura, le armate di Mikeros ti grazieranno?”


Il piccolo Tsurugi resta in silenzio, la bocca improvvisamente asciutta.
“Non ci serve un semplice pilota. Ma un uomo capace di sopportare il dolore più terrificante, e di controllare le paure peggiori. Solo questo potrà fare la differenza.” continua il Direttore. “La scelta è tua Tetsuya. Se non vorrai o potrai essere quell’uomo, allora qualcun altro lo sarà.” conclude infine.
Un “Click” familiare annuncia che la comunicazione via interfono è stata interrotta.
Il silenzio permea la sala, esaltando la gravità della situazione. Juhn, nascosta dietro l’angolo della porta della palestra, respira silenziosamente, quasi timorosa di fare il benché minimo rumore. Anche Tavirovich, avvezzo alla più rigida delle discipline militari, appare in nervosa attesa, incapace di rapportarsi alla scelta posta davanti al piccolo Tsurugi.
Le mani tremanti chiuse in pugni serrati, Tetsuya respira nervosamente, osservando un punto indefinito davanti a se. La porta della palestra, che sino ad un attimo prima era sembrata brillare di libertà, è immersa adesso in una minacciosa oscurità agli occhi del ragazzino. Potrebbe varcarla. Compiere l’ultimo passo, e sfuggire alla propria vita di intensi ed inumani addestramenti. Potrebbe farlo, e lasciarsi la Fortezza alle spalle. Ma oltre quella porta, Tetsuya lo sa bene, c’è qualcosa di ben peggiore rispetto ad una barra di metallo elettrificata. Lì fuori c’è il nulla. Il niente di una vita insensata, senza sbocchi né direzioni. E la solitudine, di un’esistenza priva dell’affetto del “Capo”. Qualcosa che lo terrorizza ben oltre gli spettri delle armate di Mikeros.
E’ un attimo, l’intervallo di pochi profondi respiri, e Tetsuya compie la propria scelta. Una scelta che, solo ora se ne rende conto, non ha mai avuto.
Con un urlo di rabbia improvviso, il ragazzino si scaglia contro la barra metallica. La afferra con forza, con entrambe le mani, mentre le prime scosse iniziano a flagellargli il corpo. Sgomento, Tavirovich osserva con sguardo allucinato la scena, mentre controlla il cronometro nella propria mano.
Otto secondi.
Tetsuya è avvolto da aculei elettrici aguzzi, che gli squarciano i nervi. Il bambino urla a squarcia gola.
Dodici secondi.
Il sistema nervoso delle gambe del ragazzino è completamente immerso in un caos di fremiti convulsi. Il bambino si piega in ginocchio. Ma non molla la presa. E continua ad urlare.
Diciassette secondi.
Non riesce più a respirare, mentre i suoi polmoni sono carichi di dolorosa elettrostatica. Le sue urla lo svuotano dell’ultimo ossigeno residuo.
Ventuno secondi.
Un liquido caldo gli riscalda le guance. Sangue, sangue che fuoriesce dalle sue orecchie. L’urlo, ormai asfissiato, inizia a scemare.
Trenta secondi.
La coscienza vacilla. Persino rammentare il proprio nome, o il cosa si stia facendo, diventa difficile. La vista è ormai del tutto annebbiata. L’oblio sembra circondarla. L’urlo si è ormai spento.
Trentadue secondi.
“Basta così Tetsuya. Ce l’hai fatta. Ce l’hai fatta.”
E’ la voce dell’addestratore, Tavirovich. Ormai un tutt’uno con i violenti fremiti elettrici del suo corpo, il ragazzino non capisce. “Ce l’hai fatta, a fare cosa?”, si domanda. Poi, collassa, mentre due forti mani lo trascinano via dalla sbarra elettrificata. Con un ultimo sforzo, guidato dall’istinto, il piccolo Tsurugi abbandona la presa, prima di svenire…


…Tetsuya abbandona la presa del rilevatore, dopo averne riposto correttamente il coperchio metallico, poi si abbandona ansimante contro un tronco. Il suo volto è contorto in una maschera di dolore, completamente rigato dal sudore. A pochi metri da lui, seduto sul manto erboso del sottobosco, Go osserva la scena con occhi sgranati.
“E’ a posto.” esclama Tetsuya, la sua voce è solo poco più di un flebile bisbiglio.
“Ahhhhh!” esclama Go “E’ riparato, ora?”
Tetsuya annuisce. “Si. Qui abbiamo finito. Dammi solo qualche istante, e possiamo tornare a Edo.”. Con una manica della tuta, l’ex-pilota del Great Mazinger si asciuga la fronte, mentre con l’altra mano controlla il display verde che segnala le componenti della rete di sorveglianza. Il bagliore rosso è tornato giallo. La rete funziona alla perfezione, ora.
Con un grugnito di sforzo, Tetsuya prova a rimettersi in piedi, imitato da Go. Ma piccoli spasmi ai muscoli delle gambe lo tradiscono, facendolo precipitare al suolo. Solo la fulminea e salda presa di Go, gli impedisce di cadere, sorreggendolo.
“Ehi! Ma stai bene?” domanda il ragazzo.
Tetsuya sorride.
“Si. Ma forse il voltaggio era un po’ più alto di quanto prevedessi.”
“Ahhhhhh! E lo credo. Ci sei stato attaccato per un minuto. Cazzo.” esclama Go, mentre inizia a camminare in direzione del Bunker, sorreggendo Tsurugi.
“Tu sei tutto matto, giuro. Tutto matto.” esclama ancora Go, sconcertato.
“Matto, si. Non sei il primo a dirmelo.” commenta l’altro.

“Per forza!” rincara Go, poi esplode in una risata “Tsurugi…Tsurugi, matto come un cavallo. Ahhhhhhh! Ci mancavi solo tu in quel branco di folli di Edo!”
Lentamente, lo strambo duo s’incammina attraverso la boscaglia, verso il villaggio-bunker. Il sole è giunto oltre la metà del proprio corso diurno, quando Tetsuya e Go giungono in prossimità del Bunker. Di ritorno dal pranzo, la maggior parte dei sopravvissuti riprende il proprio lavoro all’interno delle piccole serre poste vicino l’entrata. Entrambi i ragazzi restano per un attimo senza fiato né parole. Immerso nella solare luce del giorno, il Bunker con le piccole costruzioni ad esso circostanti brilla lucente, mascherando per brevi frangenti i logorii che guerra e tempo vi hanno marchiato sopra. Per brevi attimi, agli occhi di Go e Tetsuya, il Bunker appare quasi bello. Come una casa.
“Ahhhh!” eslcama Go “Speriamo ci abbiano lasciato qualcosa in mensa. Farei fuori tre piatti dello spezzatino di Yuka, oggi!”.
“Vedrai,” lo tranquillizza Tetsuya “Yuka ci avrà lasciato qualcosa da parte.”
“Si. Si.” commenta Go con un sorriso un po’ ebete sul volto “Lei e dolce. Molto dolce e anche…” il suo tono diviene improvvisamente più sommesso e serioso, quasi dovesse tramandare un prezioso segreto “…e anche carina.”
Tetsuya ha un attimo di sgomento, mentre uno strano guizzo di furbizia attraversa come un lampo lo sguardo di Go.
“Dì un po’, Tsurugi.” continua il ragazzo, poggiando un braccio sulla spalla dell’ex-pilota del Great, con fare cameratesco, e fissandolo con uno sguardo deciso e serio “Tu e Yuka parlate molto. Ti ha mai detto nulla di me?”.
La gravità presente nel tono della voce di Go, in contrasto con l’evidente frivolezza dell’argomento, suscitano in Tetsuya una fragorosa risata.
“Ahhhhhh! Che c’è da ridere? Ti ha detto qualcosa?”
“Si, qualcosa si.” ammette Tsurugi, asciugandosi le lacrime dagli occhi.
“E allora?”
“Mi ha detto...” la risata si trasforma in un sorriso malizioso sul volto di Tetsuya “…mi ha detto che non le sembri troppo intelligente!”
Un’espressione disperata, ma al contempo comica, compare sul volto di Go.
“AHHHHHHHHHHHHHHHH!” strilla il ragazzo, reggendosi la testa con entrambe le mani. “Le sembro stupido? AHHHHHHHHHHHHHHH! E’ UNA TRAGEDIA!!!”
Tetsuya continua a sogghignare, e un improvviso barlume d’intelligenza attraversa la mente di Go.
“Dì, Tsurugi.” domanda il ragazzo “Mi prendi in giro vero?”
Ridacchiando sommessamente, Tetsuya non risponde, avviandosi piuttosto verso il Bunker.
Go gli corre dietro.
“Ahhhhhh! Tsurugi non lasciarmi così! Mi prendi in giro vero?!” strilla Go, inseguendolo.
“Vero?”
Immersi nelle risa di Tetsuya e nelle folli urla di Go, i due si dirigono verso l’entrata del Bunker-villaggio. Verso Edo.
Verso casa…

Wednesday, May 24, 2006

Capitolo 1: Primo contatto


…il bimbo cammina per i lunghi corridoi metallici, immersi nel silenzio, fatta eccezione per gli occasionali brusii elettronici dei pannelli digitali posti alle pareti. Una mano lo guida, cingendogli le piccole dita in una presa decisa, ma al contempo delicata. Una mano vestita di un nero guanto, attraverso il quale il bimbo percepisce le innaturali vibrazioni di servomeccanismi metallici. Un mano fidata, l’unica capace di trasmettergli un qualche genere d’affetto.
Giungono all’ascensore. Le porte si aprono con un ronzio. Il bimbo ed il suo accompagnatore vi entrano. La mano guantata lo abbandona per un attimo, il tempo di pigiare il pulsante sul pannello dell’ascensore. Il bimbo strabuzza gli occhi, attraversato da un piccolo fremito. Si dirigono all’hangar numero 3. L’hangar del progetto segreto. In tutti questi anni alla Fortezza delle Scienze, non gli è mai stato concesso di vedere quell’hangar, sede di un progetto top-secret, occluso persino al figlio adottivo del Direttore.
Non che ne avrebbe avuto comunque il tempo. Da quando la Fortezza è divenuta la sua casa, il bimbo ha trascorso l’interezza delle sue giornate ad addestrarsi. Allenamenti duri. Fisici e teorici. Per prepararlo a fronteggiare qualsiasi genere di situazione si troverà davanti. Il bambino non si lamenta. Farà qualsiasi cosa, pur di non deludere la fiducia del Direttore. Qualsiasi cosa, pur di meritare l’affetto del suo salvatore. Colui che l’ha trascinato via dalla squallida realtà dell’orfanotrofio. Colui che l’ha sottratto alla inevitabile e dolorosa decadenza di una vita priva di scopo, in un mondo che non sa cosa farsene di un altro orfano fra i tanti.
L’ascensore si ferma. Il bimbo nasconde un sussulto. Sul pannello dell’ascensore, l’indicatore digitale dei piani della fortezza annuncia l’arrivo all’hangar numero 3. Il direttore torna a cingergli la mano, quindi escono dall’ascensore.
Il bambino si guarda attorno spaesato. Basse luci soffuse, illuminano l’interno dell’hangar. Una molteplicità caotica di computer e apparecchiature elettroniche di varia natura, è disposta disordinatamente per tutta l’immensa sala. Enormi bracci metallici di sofisticate gru, pendono dal soffitto, reggendo mastodontiche componenti meccaniche e piastre di uno strano materiale nero. L’hangar è vuoto. I dottori hanno già completato la loro giornata lavorativa. Regna il silenzio, rotto solo da inquietanti quanto solitari cigolii metallici. Il Direttore volge lo sguardo al bambino.

“Siamo arrivati. Ora ti mostrerò ciò a cui sei destinato.”
Il bimbo annuisce con determinazione, mentre una mano del Direttore gli scompiglia i capelli neri perennemente arruffati. Quindi, la stessa mano segue la linea della parete, sino a trovare e poi attivare un grosso interruttore.
-CLIK-
Sei potenti fari illuminano la profondità dell’hangar.
“Eccolo!” esclama il Direttore, tradendo emozione.
Il bimbo spalanca gli occhi, incredulo.
Si erge imponentemente sul fondo dell’hangar, enorme e titanico. Gran parte dei muscoli meccanici delle sue membra è ancora esposta all’esterno, come le sue viscere d’acciaio, ancora parzialmente prive della corazza metallica nera, ma la forma antropomorfa è chiaramente delineata.
Possente e minaccioso, un gigante d’acciaio scruta dalle profondità dell’hangar il bimbo e il direttore, insignificanti moscerini al cospetto della sua maestosa presenza.
“Questo è il Great Mazinger, Tetsuya. L’arma più potente che il genere umano abbia mai progettato e costruito.” dichiara il Direttore, con vivida soddisfazione.
“G… u… r… e… t… o…” bisbiglia il bimbo, emozionato e inconsapevole al contempo, mentre il suo sguardo risale la sagoma del gigantesco robot, osservandone prima le solide gambe di metallo, poi i temibili pugni color ebano. Quindi si blocca, soffermandosi…
…sulla testa.
La testa…

Incompleto in buona parte de corpo, la testa del robot è però già ultimata. Longilinee corna color oro si protendono verso l’alto, piegandosi in una curva elegante quanto aggressiva. Le due creste poste sul capo, si slanciano anch’esse aguzze verso il soffitto fameliche bramose, di colmare quell’insolito e appariscente incavo tra loro. La bocca è sostituita da una griglia metallica, intervallata da spesse fessure, che pare quasi ghignare con sdegno. Gli occhi del gigante, due gialle fessure romboidale,sono velati da un ombra opaca d’incoscienza. Come se dormisse.
Ma un brivido percorre il corpo del bimbo.
Non sta dormendo. Non è incosciente.
Il piccolo Tetsuya ne è certo, mentre lo fissa dritto in quegli alveoli spenti. Il gigante lo sta fissando, a sua volta. Qualcosa, nella mente del bimbo, gli dice che è così.
“Per quanto siano potenti le sue armi, e resistente la sua corazza, questo robot non è nulla senza un uomo a controllarlo, Tetsuya. Solo un involucro di metallo senz’anima né mente.” spiega il Direttore, del tutto inconsapevole dell’angoscia che si fa strada nel cuore del bimbo.
“Non è vero”, pensa Tetsuya, “ce l’ha un’anima”.
Il bimbo ne è sicuro, quegli occhi artificiali stanno studiando il suo gracile corpo. Non è solo la sua immaginazione. Qualcosa, all’interno di quel gigantesco ed inerme corpo metallico, è cosciente. Una coscienza aliena e, in un modo che il bimbo non riuscirebbe a spiegare, ostile. Intimorito, il bimbo si stringe al Direttore, per tentare di sfuggire a quello sguardo.
Vanamente.
“Ce l’ha un’anima.”, ripete tra se il bimbo, “un’anima cattiva”.
“Quando il giorno verrà, Tetsuya, tu diverrai la sua mente. Sarai una cosa sola col Mazinger, che ti ubbidirà come fosse il tuo corpo. Quel giorno, tu diverrai l’ultima linea di difesa dell’umanità contro gli eserciti di Mikeros.” conclude il Direttore, totalmente immerso nella grandiosità del proprio progetto, e completamente ignaro dell’angoscia che scuote il corpo del bimbo.
“Non voglio”, pensa Tetsuya, scosso da impercettibili brividi.
Sente lo sguardo del gigante farsi più penetrante, ed aggressivo.
“Sarai una sola cosa con lui.” ripete il Direttore.
E Tetsuya riesce a stento a sopprimere un urlo di paura che gli risale dalle viscere. Perché a quelle parole, il sorriso artificiale del gigante è sembrato accentuarsi. E caricarsi di disprezzo. Tetsuya ne è certo, quel mostro pregusta il giorno in cui saranno a contatto. Come un predatore pregusta il sapore del sangue.
“Non voglio”, si ripete il bimbo, “mi consumerà”.
“Non voglio”, afferma ancora nella propria mente.
Ma tace. Nulla potrà obbligarlo a tradire la fiducia del Direttore. Nulla gli impedirà di adempire al destino che il suo padre adottivo ha tracciato per lui.
Nulla.
Quando si allontanano dall’hangar, il bimbo sfoggia di nuovo un sorriso entusiasta. Per innumerevoli notti, da allora, il bimbo avrà la possibilità di sfogare le lacrime e la paura nella solitudine della propria stanza…


…si risveglia di soprassalto, in una pozza di sudore. Respira profondamente, cercando di recuperare l’autocontrollo, mentre studia l’ambiente circostante. La stanza nella quale si ritrova è racchiusa da pareti metalliche, dalle quali emergono alcuni display spenti. Per un breve momento, Tetsuya la scambia per i propri alloggi nella Fortezza. Ma è solo un attimo, prima che le crepe sul soffitto e l’evidente stato di abbandono di molta della tecnologia lì presente, smentiscano la sua iniziale intuizione. La memoria del recentissimo passato torna a scorrere attraverso i suoi neuroni. Quella non è la Fortezza delle Scienze. Ha abbandonato la base che aveva imparato a chiamare casa, due settimane prima, sfuggendo al destino che gli era stato imposto dal Direttore. Sfuggendo al Gureto, ed alla sua strisciante furia maligna.
Si asciuga la fronte madida di sudore, poi afferra la propria tuta rossa ormai logora da una sedia malferma e la veste. Per un attimo la sua mano scorre velocemente verso il polso sinistro, come d’abitudine per molti anni, per attivare un comunicatore col controllo della Fortezza. Un comunicatore che non c’è.

Lo sguardo di Tetsuya s’incupisce quando un lieve bussare alla porta metallica del suo spartano alloggio, lo distrae dai propri pensieri.
“Avanti.” esclama, dopo essersi schiarito la voce dagli ultimi echi del sonno.
A fatica, facendo leva con tutto il proprio corpo, una bambina di appena dieci anni apre la porta metallica, che protesta con un gracchiante stridio. La bambina sorregge un ammaccato vassoio metallico.

“Buongiorno Tetsuya. Spero di non averti svegliato.” saluta.
“Affatto, Kaori. Ero già sveglio da alcuni minuti.” risponde Tetsuya, accennando un sorriso.
“Il capomastro dice che c’è un problema ad uno dei…uh…” la bimba s’interrompe, tentando di rammentare il termine giusto “… componenti, si. Ad uno dei componenti della griglia che hai montato. Go è già andato lì, ma il capomastro pensa che tu debba raggiungerlo. Perché sei quello che ne capisce di più. Go non è troppo intelligente neanche secondo me, se lo vuoi sapere.”
Tetsuya annuisce con un lieve sorriso. Se l’aspettava. Le componenti utilizzate per la griglia di rilevamento erano vecchie di due anni, e non avevano mai subito alcuna revisione o controllo. Un guasto era il minimo che ci si potesse attendere, dopo l’attivazione. E nessuno, al bunker-villaggio, possedeva le sue capacità tecniche in sistemi di sicurezza.
“Così, io e Yuka…” continua la bambina, trasportando il vassoio verso una scrivania “…abbiamo pensato di prepararti la colazione per non farti perdere tempo.”
Con uno sbuffo, Kaori poggia il vassoio sul tavolo. Poi si piega a massaggiare il proprio ginocchio sinistro. Un ginocchio al di sotto del quale non vi sono più carne ed ossa, ma un’improvvisata protesi meccanica. Nonostante sia ora coperta dai calzoni color cachi, Tetsuya ha già visto altre volte la mutilazione che l’avvento di Mikeros ha inflitto alla bimba.
Tetsuya si avvicina al vassoio. La colazione consiste di un caffè americano, dal colorito non invitante, e di qualche galletta prelevata alle razioni del bunker. Nonostante non abbia fame, l’ex-pilota del Great Mazinger consuma rapidamente quanto gli è stato portato.
“Grazie, e ringrazia anche Yuka da parte mia.” esclama mentre vuota la tazza di caffè con un rapido sorso, mascherando il disgusto per la bevanda ai limiti della potabilità.
Kaori si poggia al letto, con un sospiro, stiracchiandosi.
“Siamo noi a doverti ringraziare, Tetsuya. Grazie al tuo lavoro, non abbiamo più avuto scomparsi. Se i mostri si avvicinano, lo sappiamo per tempo e possiamo nasconderci qui prima che ci catturino. Nell’ultimo anno, prima del tuo arrivo, sono morte molte persone di Edo.” spiega la bimba, sforzando un sorriso. “Ora ci sentiamo veramente al sicuro.”
Tetsuya non replica. La rete di sorveglianza ha aumentato le possibilità di sopravvivenza della comunità di Edo. Ma sino a quando? Quanto, prima che il bunker venga individuato e spazzato via con la sua popolazione di rifugiati? Quanto, prima che anche questa variegata accozzaglia di sopravvissuti sia cancellata dalla faccia della terra come il grosso dell’umanità?
“C’è qualcosa che non va? La colazione non andava bene?” domanda la bimba, dopo aver carpito l’ombra scura negli occhi del ragazzo.
Tetsuya scuote la testa, quindi infila gli stivali.
“No, era ottima. Ora devo sbrigarmi, prima che Go mandi in corto tutta la rete in modo irreversibile.” spiega.
Kaori esplode in una risata.
“Si” dice asciugandosi le lacrime “Go non è molto intelligente.”
Anche Tetsuya scoppia a ridere, assaporando ogni istante di quella sensazione mai sperimentata durante tutta la sua infanzia.
Dopo aver salutato Kaori, esce dalla stanza con passo sostenuto. Attraversa i corridoi del bunker, logorati da crepe e macerie. Flebili luci al neon prossime al collasso, danno vita ad ombre sinistre e cupe, per nulla rassicuranti. Ma i sopravvissuti, gli abitanti del bunker soprannominato Edo, la considerano la propria casa. Come topi impauriti, si sono rifugiati nel sottosuolo, in principio grati solo di esser ancora vivi. Poi, col tempo, il rifugio è divenuto quotidianità e comunità. E’ diventato una casa, nonostante tutte le cicatrici fisiche e psicologiche che reca con se. Non c’è disperazione nei loro occhi, nota Tetsuya mentre saluta coloro che incrocia sul proprio cammino. Per quanto critica e difficile sia la loro situazione, gli abitanti di Edo si sono fatti una ragione della nuova esistenza alla quale sono costretti, ed hanno iniziato a ricostruire le proprie interiorità di conseguenza. Tetsuya non riesce a spiegarlo razionalmente, ma una sensazione di forza e solidità interiore lo investe quando pensa alla comunità di Edo. Nonostante abbia trascorso solo due settimane al bunker, l’ex-pilota è stato accettato tra le fila dei suoi logori abitanti. E da questa appartenenza, trae forza ed un calore mai provato prima.
Giunto alle massiccie porte metalliche dell’hangar, Tetsuya viene interrotto nei suoi pensieri poco prima di varcare l’uscio verso il mondo esterno.
“Tsurugi.” è una voce calma e decisa a chiamarlo.
Si volta, incrociando lo sguardo del capomastro, poggiato ad uno dei portoni metallici.

“Capomastro. Stavo dirigendomi verso la griglia. Kaori mi ha avvertito del malfunzionamento.” spiega, in un tono rigoroso più appropriato ad un rapporto militare.
Il capomastro annuisce. Tetsuya ne scruta ancora una volta il viso scavato. Il capomastro Tonda è americano, a differenza della restante popolazione del bunker, tutta giapponese. Un ingegnere di qualche sorta, rammenta Tetsuya dai racconti di Mayumi, rimasto intrappolato in Giappone dopo l’avvento di Mikeros. Suo merito l’aver riunito e guidato i sopravvissuti verso Edo. Un merito che gli è valso un’autorità incontestata tra la popolazione del bunker. In tempi civili, prima della guerra, il volto del capomastro doveva apparire divertente e simpatico, quasi buffo, con quegli enormi occhi perennemente spalancati in una strana espressione di sorpresa, e le strane smorfie della bocca sottolineate da marcati baffetti. Ma ora, a distanza di anni dal tramonto della civiltà umana, quel volto si è adattato al proprio ruolo di saggio e responsabile leader, colmandosi di rughe e cicatrici.
“Si. La griglia è importante, e non voglio ritardarti.” spiega Tonda “Ma quando avrai finito, mi piacerebbe fare due chiacchiere con te.”
“Come desideri capomastro.” esclama Tetsuya, uscendo poi di corsa verso la luce del mondo esterno.
Con passo sostenuto, quasi di corsa, Tetsuya percorre la radura che separa l’entrata del bunker dal bosco. Addestrato a sopportare la fatica da anni di allenamento nella fortezza, l’ex-pilota del Great Mazinger non accenna a diminuire l’andatura, guidato dalla propria determinazione.
La griglia di sorveglianza è fondamentale per la difesa della comunità di Edo.
Una comunità che lo ha accolto nel proprio calore, senza fare domande. La sua comunità. E non importa quale sarà il prezzo, Tetsuya Tsurugi non permetterà che Edo cada.

Prologo: Ali di libertà


... il bimbo osserva rapito l’approssimarsi della costa, attraverso gli spessi vetri dell’elicottero. Il suo corpo è elettrizzato, la sua mente è entusiasta. Non ha mai visto il mare. Mai, nei brevi cinque anni della sua esistenza. Deglutisce, impaziente, in attesa di verificare se la grande distesa d’acqua ben si adatta agli incredibili racconti dei suoi vecchi compagni di orfanotrofio. Vede scorrere velocemente il paesaggio al di sotto dell’elicottero. Un piccolo agglomerato urbano. Un’autostrada. Quindi una florida cittadina sulla costa. E poi…
…eccolo.
Il bimbo resta come incantato. Per quanto abbia sforzato la propria immaginazione, per quante fotografie e video abbia potuto osservare, niente poteva prepararlo a quel momento. L’enorme distesa d’acqua brilla di azzurro e bianco sotto i caldi raggi del sole, increspata da onde e riflussi costieri che la fan sembrare un corpo vivo e pulsante. Un’immensa landa liquida che si estende sino all’orizzonte.
Con gli occhi luccicanti per l’emozione, il bimbo si volge all’uomo sedutovi accanto, esprimendo la propria gratitudine attraverso il più sincero dei sorrisi. L’uomo ricambia il sorriso.
“Ti piace?” domanda.
Il bimbo annuisce, poi riprende ad osservare dal vetro dell’elicottero, mentre il velivolo si lascia alle spalle la costa.
“La culla della vita…” bisbiglia l’uomo tra se e se.
Ma il bimbo non vi presta attenzione. I suoi sensi sono ora concentrati su nugoli di gabbiani che volano radenti alla superficie marina. Ne ammira le acrobazie aeree con le quali si immergono nell’acqua, per poi fuoriuscirne attimi dopo .Li invidia. Invidia le loro ali. Invidia la loro libertà. Invidia la loro esistenza, trascorsa al di sopra del mondo terreno.
“Volano…” bisbiglia, trasognante. Immagina di possedere le medesime ali. Immagina di essere libero.
“Un giorno…” lo rassicura l’uomo, scompigliandogli gentilmente i capelli con una mano rivestita da un guanto nero “…un giorno anche tu volerai.”
Il bimbo si volta a fissarlo. A fissare il volto del suo salvatore. Di colui che l’ha trascinato via dall’orfanotrofio. Nonostante l’espressione austera e le profonde cicatrici che lo solcano, il bimbo scorge gentilezza in quel volto. Si fida di lui. Se n’è fidato sin dal primo istante in cui vi ha posato lo sguardo.
“Siamo in rotta di avvicinamento alla Fortezza, Direttore. Ho già avvertito il controllo, e si preparano a riceverci.” comunica il pilota, interrompendo i pensieri del bimbo.
“Bene Kawaguchi.” commenta l’uomo. “Prima di atterrare effettua un volo panoramico intorno alla fortezza, a beneficio del nostro piccolo amico.” aggiunge poi.
“Adesso vedrai qualcosa di altrettanto strabiliante.” ammicca in direzione del bimbo.
Stuzzicato dalle parole del Direttore, il bambino si lancia nuovamente verso il finestrino, trepidante per la curiosità. Ma riesce a vedere solo la grande distesa marina.
“Guarda laggiù.. Verso ovest.” gli consiglia il Direttore, indicandogli un punto impreciso, al confine tra mare e cielo.
Il bimbo lo asseconda, ma sulle prime è ancora incapace di vedere altro che l’oceano.
“Non c’è niente. Solo l’acqua…” si lamenta, interrompendosi d’improvviso. Perchè qualcosa c’è. Ma non compare all’orizzonte, come si era in un primo momento atteso. Appare in un punto più vicino, divenendo gradualmente più grande.
Emerge…
…emerge dalle acque.
Il bimbo sgrana gli occhi.
Da un gigantesco turbinio di acqua e schiuma, un’immensa struttura fuoriesce dall’oceano. Una enorme cupola rossa che s’innalza dalle onde. Flussi d’acqua la carezzano per degli istanti, come lacrime che solcano una guancia, per poi perdersi nuovamente nei flutti marini. La cupola viene seguita dalla struttura di una solida ed alta torre, di cui rappresenta la testa. Gradualmente, quasi con arroganza, la torre fuoriesce per una ventina di metri. Poi, altre torri di dimensioni più ridotte, ne imitano il tragitto verso l’aria aperta, seguite dal monumentale corpo dell’edificio che, massiccio ed imponente abbandona la propria culla acquatica.
Nei lunghi minuti dell’emersione della gigantesca cotruzione, l’elicottero continua a volargli attorno disegnando piccoli cerchi. Il bimbo è incredulo .L’edificio continua ed emergere, quasi a voler sfidare i cieli stessi con le sue centinaia di metri d’altezza.
“E’ grandissimo…” bisbiglia il bimbo, preda dello stupore, e non nota il sorriso d’orgoglio che costella il volto del Direttore.
L’emersione ha termine solo quando l’edificio porta alla luce un enorme ponte d’atterraggio, ben più grande di qualsiasi portaerei, che abbandona le acque festeggiato da violenti riflussi Per un attimo, i riflessi dei raggi solari sul metallo della struttura si confondono con gli spruzzi d’acqua alti centinaia di metri, conferendo un’aura magica all’intera immensa struttura.
“E’ un castello… un castello sull’acqua.” balbetta il bimbo.
Non ha mai visto niente di così grande, niente di così solido. Ai suoi occhi, nulla potrebbe abbattere quel castello dalle alte torri d’acciaio.
“E’…è il tuo castello?” domanda al Direttore, che annuisce in risposta.
L’elicottero inizia a compiere dei circoli molto vicini alla struttura dell’edificio.
“Quella è la sala controllo principale.” dichiara il Direttore, indicando la grande cupola rossa “ Da lì, gestiamo tutta la fortezza.”
L’elicottero volteggia tra le altre torri dell’immensa costruzione.
“Le altre torri costituiscono il cuore vitale della fortezza.” spiega con orgoglio “Alloggi, laboratori, e sale adibite alle attività ricreative, sono tutti contenuti in quelle torri.”
“Ma se è tutto nelle torri, a che serve il resto?” chiede il bimbo confuso ma ammirato.
Il Direttore sorride, di fronte l’ingenuità del bambino.
L’elicottero scende in basso, sino sfiorare la superficie marina, circumnavigando la ciclopica struttura centrale dell’edificio.
“Nel corpo principale della fortezza hanno dimora gli hangar, i laboratori sperimentali, i magazzini, e le officine. E gli armamenti di difesa.” spiega l’uomo.
“Avete tantissimi aerei!” esclama il bimbo, indicando il vasto ponte sul quale sta ora planando l’elicottero.
“Aerei, si. E non solo.” annuisce il Direttore “Presto, miracoli tecnologici mai visti prima, troveranno dimora qui.”
L’elicottero torna a volteggiare più in alto, regalando al bimbo un’ultima maestosa veduta d’insieme.
“E’ un castello invincibile…” bisbiglia, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
“Non un “castello”, ma una fortezza…” lo corregge il Direttore.
“F…o…r…t…e…z…z…a…” sillaba il bimbo, tentando d’impossessarsi di quella parola nuova.
“Si. La Fortezza delle Scienze. Un giorno sarà l’ultimo baluardo difensivo dell’umanità.” proclama il Direttore in tono pomposo ed emozionato.
“E da oggi, sarà la tua casa.”
Con un sorriso incantato, il bimbo osserva la Fortezza mentre l’elicottero inizia la propria procedura d’atterraggio. Una buona parte delle parole e dei riferimenti del Direttore gli sono incomprensibili. Ma non gli importa. Perchè l’ultima affermazione dell’uomo ha pervaso il suo corpo di un calore mai provato prima, durante i suoi anni all’orfanotrofio, annunciandogli il più atteso tra i doni.
“Casa…” bisbiglia “…la mia casa.”
Sussurrando, ripete più volte quella parola il cui suono gli appare più dolce di qualsiasi cosa abbia mai carezzato il suo palato, mentre le pale dell’elicottero ormai atterrato sul ponte della Fortezza smettono di girare.
Casa…

…ad una velocità che nessun jet convenzionale riuscirebbe a raggiungere, Tetsuya Tsurugi si lascia alle spalle l’immensa fortezza che per tutta la vita aveva considerato come la propria casa. Una freccia color rosso acceso, il Brian Condor s’innalza verso i più alti strati nuvolosi del cielo notturno con estrema facilità, quasi del tutto indifferente alla gravità terrestre. Il suo pilota lancia un ultimo sguardo alle proprie spalle, in direzione della Fortezza delle Scienze. La maestosa costruzione, illuminata dalle luci provenienti dai propri innumerevoli oblò, è avvolta da un aura luminosa ed irreale, magnifica nella sua imponenza.
Un moto di nostalgia attraversa l’animo di Tsurugi, trainato da innumerevoli ricordi di una vita trascorsa unicamente tra quelle mura. Per un momento, il pilota del Great Mazinger avverte il peso del dubbio e dell’indecisione. Il peso di tutto ciò che l’abbandonare per sempre la Fortezza potrebbe comportare.
Nei brillanti riflessi del cupo mare notturno, Tetsuya inizia a scorgere i volti di coloro che sta abbandonando al destino della Fortezza. Il volto duro di Jun, sua sorella nel tragico destino di battaglia. Il volto indeciso di Daisuke, ingenuo pacifista arruolato contro la propria scelta. Il volto metallico ed inumano di Hiroshi, costretto a divenire un mostro magnetico per affrontare la minaccia di Mikeros. Il volto delicato di Maria, crudele esperimento che cova tra le proprie carni un tragico destino di aliena ferocia. Il volto sprezzante di Koji, audace ed abile ragazzino, entusiasticamente in prima linea in una guerra che non comprende. I volti della dottoressa Asamya, sua più intima amica e più subdola nemica. Il volto del Dottor Kenzo Kabuto. Il volto del suo salvatore, di suo padre, del suo “capo”. Il volto di colui che lo ha sottratto ad una vita normale, per sacrificarlo sull’altare della propria guerra.
Indecisione e dubbi soccombono sotto una violenta ondata di rancore ed amarezza, mentre la vista della Fortezza viene inghiottita definitivamente dalla coltre di nubi. Lentamente, Tetsuya volge di nuovo lo sguardo a ciò che gli sta di fronte. Non tornerà indietro. Non tornerà ad essere un sacrificabile burattino in una guerra ambigua e tragica. Non tornerà a bordo del mostro robotico chiamato “Gureto”, a rischio della propria umanità, per assecondare il desiderio di un uomo che padre non è mai realmente stato nei suoi confronti. Finalmente libero di scegliere del proprio destino, il pilota del Great Mazinger solca le profondità dei cieli sulle sue ali di metallo rosso, là dove nessun gabbiano ha mai osato volare…


...prova ancora...

...GRITO TAIFUUN!...

Tuesday, May 23, 2006

...riprova...

NERBUL MISSAIL!!!

...proviamo ancora...

...ATOMIC PANCHI!!!...

Sunday, May 21, 2006

...

BRESTU BAAAAAARNNNN!
SANDAAA BREEEEK!

Saturday, May 20, 2006

...prova...prova...

...prova...